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Richard Yates: il sogno americano, la solitudine e l’apparir del vero leopardiano

Richard Yates

E anche per Richard Yates come per tanti altri scrittori la vita fu difficile e aggrappata ad alcool e tabacco. Dipendenze distruttive, cifre del male di vivere, delle perdite dovute ai divorzi: i propri e quello dei genitori quando aveva solo tre anni.

Bere per mandare giù il dolore introiettato da una madre affaticata e fallimentare, una figura che spesso tornerà, a vario titolo nei suoi scritti. La scrittura come palliativo, antidolorifico.l’esercizio salvifico della parola, della storia e dell’urgenza di raccontarla.

Ma quali storie?



Quelle delle case in cui alberga il fallimento,l’impossibilità di credere nell’amore, quello che dura,il nulla del famoso sogno americano. Delle famiglie e dei rapporti umani illuminati in un attimo della loro esistenza, quello di una piccola o grande svolta, quello di una piccola o grande consapevolezza mai consolatoria.

Revolutionary Road, suo capolavoro assoluto, raffigura tutto questo e ancora di più. E’ l’apologia della disperazione, quella dei sentimenti che restano inespressi o non corrisposti. Quella di un insanabile conflitto che nasce in un mondo patinato, perfetto, ordinato e che scoppia in quella che noi tutti definiremmo una coppia cui non mancava nulla se non la comune empatia. I due protagonisti vengono travolti dal conformismo, da quella vita che tutti si aspettano che si debba condurre.

In Yates c’è tutto quel realismo americano trascinato in quelle esistenze che mettono insieme quattro soldi per sfangare la giornata, i licenziamenti che si tenta di tenere nascosti alle proprie mogli, l’infelicità smaltita nei bicchieri.

“Se il mio lavoro ha un tema, sospetto che sia un tema molto semplice” ha dichiarato lo scrittore”gli esseri umani  sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia”

Evidente questo fil rouge nel suo “Undici solitudini”, una raccolta di racconti che fotografa attimi di questa umanità senza compassione, anche se l’elevare a storie degne di essere immaginate e raccontate ne fa già un atto d’amore per il lettore spesso anch’egli parte di una moltitudine silenziosa e un po’ disperata.

L’evidente contestazione di una massima di Adlai Stevenson che troneggiava ironica e interlocutoria sopra il suo tavolo da lavoro” Gli americani sono sempre stati convinti che tutte le storie avranno un lieto fine.”



Mentre scrivo queste note mi urge un pensiero compulsivo che rimanda a Leopardi che nella sua ultima poetica cercava l’unione con tutta l’umanità disperata, un afflato di condivisione di molteplici solitudini…Natura matrigna e solitudine cosmica non hanno forse più di una parentela? E ancora Carver che sperava di andarsene da questo mondo sapendo di essere stato amato, l’amore non è l’antidoto perfetto alla solitudine? E mi chiedo : Carver e Yates avevano mai letto Leopardi? E gli americani citati da Stevenson avevano mai vissuto “l’apparir del vero?”

Eppure la vita di Yates un lieto fine l’ha visto anche se parzialmente postumo. Amava ripetere, infatti che non cercava successo ma voleva ardentemente lettori…beh, li ha avuti.

 

D.Longo