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Il Processo di Franz Kafka

Il Processo di Franz Kafka

Franz Kafka scrisse “Il processo” tra il 1914 e il 1917 ma fu pubblicato postumo nel 1925. Durante la sua vita, infatti, Kafka pubblica solamente qualche racconto ma i suoi tre romanzi – oltre a Il processo, Il castello (1926) e America (1927) – videro la luce solo successivamente alla morte del loro autore, in virtù della volontà dell’amico dello scrittore , Max Brod.

I manoscritti gli erano stati affidati da Kafka affinchè li distruggesse, alcuni erano incompiuti: Brod in realtà decide di pubblicare i testi kafkiani, spesso intervenendo con sue revisioni per dare maggior unità e coesione ai testi.



Di cosa parla “Il Processo” di Kafka ?

Il romanzo narra le surreali e sinistre vicende di un impiegato di banca, di nome Josef K. che viene accusato da un oscuro tribunale di essersi macchiato di una colpa non decifrabile e indeterminata . E’ evidente che la trama stessa sia metaforica e simbolica e molto è stato scritto a questo proposito. Josek K. si trova così nella condizione assurda di doversi difendere da un’accusa irreale, e inafferabile. La difesa è realisticamente impossibile.
Vi proponiamo l’incipit, che ben introduce all’atmosfera claustrofobica e disperante di quest’opera difficile ma di inevitabile lettura per chi ama ed ha amato questo autore e il trailer della bellissima trasposizione cinematografica che ne fece Orson Welles.




“Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Ciò non era mai accaduto. K. aspettò ancora un po’, guardò dal suo cuscino la vecchia signora che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità del tutto insolita in lei, poi però, meravigliato e affamato a un tempo, suonò. Subito qualcuno bussò e entrò un uomo, che egli non aveva mai visto prima in quella casa. Era snello eppure ben piantato, indossava un vestito nero attillato che, come gli abiti da viaggio, era dotato di diverse pieghe, tasche, fibbie, bottoni e di una chiusura e che di conseguenza, benché non fosse chiaro a cosa dovesse servire, sembrava particolarmente pratico. “Chi è lei?”, chiese K. sollevandosi a metà sul letto. L’uomo però sorvolò su quella domanda come se si dovesse accettare la sua apparizione e a sua volta disse soltanto: “Ha suonato?”. “Anna mi deve portare la colazione “, disse K. cercando sulle prime in silenzio, mediante l’attenzione e la riflessione, di stabilire chi mai fosse quell’uomo. Ma questi non si espose per molto al suo sguardo, si volse invece in direzione della porta che aveva lasciato socchiusa, per dire a qualcuno che evidentemente stava appena dietro la porta: “Vuole che Anna gli porti la colazione”. Seguì un breve ridacchiare dalla camera accanto, non era chiaro dal suono se non scaturisse da più persone. Sebbene l’estraneo in questo modo non potesse aver appreso nulla che già non conoscesse prima, tuttavia disse a K. col tono di una comunicazione: “E’ impossibile”. “Questa sarebbe nuova”, disse K., saltò fuori dal letto e si infilò rapidamente i pantaloni. “Voglio proprio vedere che razza di gente sta nella camera accanto e come la signora Grubrach giustificherà questa intrusione”. Capì subito che non avrebbe dovuto dire questo ad alta voce e che, in tal modo in un certo senso riconosceva un diritto di controllo all’estraneo, ma lì la cosa non gli sembrò importante.”

Donatella Longo